Annamaria Masu

Specialista in Endocrinologia e in Medicina Interna – Responsabile di Thyroid Unit

 

“Ognuno al suo posto: organizziamoci per la battaglia!”

“… ci siamo confrontati con una patologia terribile, destruente, con un sacco di morti, ma è stata anche una sfida nei confronti di una malattia nuova, che ci ha sorpreso, ci ha reso molto incerti e che pian piano abbiamo cominciato ad affrontare.”

“Un giorno mi sono trovata in quattro ore a sciogliere un reparto di medicina e a costituire un reparto da isolamento: due realtà completamente differenti! Alle sei di pomeriggio eravamo pronti, alle sei e un quarto è entrato il primo malato e quel pomeriggio ne sono entrati quattro… è andata… e da quel giorno è partita l’avventura “Covid”. Sono stati tre mesi intensi…”

“… è cambiato tutto… perché le giornate si dilatavano, non avevamo orari, lavoravamo spesso tredici/quattordici ore. È cambiata anche la mia vita famigliare, ho fatto sette settimane quasi consecutive senza aver orari, i miei cari hanno avuto paura di perdermi, però lo sapevano dall’inizio che con un medico in famiglia è così…”

“Una volta mi sono trovata a portare la colazione o le bottiglie di acqua per evitare all’infermiera di rivestirsi, ci aiutavamo a vicenda col personale, le équipes si formavano, entrava il “braccio” e la “mente” stava fuori. Facevamo il pranzo insieme, il brief insieme… abbiamo passato tutte le vacanze insieme. C’è stata anche tanta solidarietà esterna, la mattina alle otto arrivavano le brioches alla crema calde, donate da una pasticceria vicina all’Ospedale…”

“… e poi ci sono le cose negative… i morti… sono stati decessi drammatici, perché la gente moriva da sola; questo è stato il nostro peggior fardello da portare, perché ci rendevamo conto che la morte, che ha bisogno di un rispetto particolare, veniva snaturata. Quando abbiamo potuto, li abbiamo proprio accompagnati e siamo stati loro vicini fino all’ultimo, perché la figura del medico deve curare, ma la “cura” è un termine molto ampio, vuol dire “prendersi carico di quella persona” e qui la cura andava oltre. Abbiamo avuto anche la possibilità di fare le videochiamate: commoventi, bellissime, ma con un impatto emotivo drammatico.”

“Ho un ricordo bellissimo, di una testardaggine mia su una paziente che era stata data persa: aveva ottantadue anni e io mi sono incaponita, siamo riusciti a cogliere in un attimo la disponibilità di un presidio, l’hanno portata alla ventilazione non invasiva e si è salvata! Il marito aveva novant’anni, era ricoverato anche lui e quando sono andati a casa, dopo quasi due mesi, abbiamo fatto la ola, nel reparto… In quei mesi ci siamo appigliati a dei fatti semplicissimi, ma favorevoli, per andare avanti, alcuni giorni avevamo il morale a terra, però abbiamo trovato la forza di andare avanti. Le infermiere, che sono delle persone splendide, molto più forti di noi medici, avevano la capacità, nonostante i momenti tragici della giornata, di dire: “Ma tu che rossetto hai messo sotto la mascherina?”. Questo è emblematico, c’è bisogno di rimanere un po’ frivoli e leggeri anche in questi momenti. Dobbiamo ringraziare anche di aver avuto il supporto psicologico per i malati e che alla fine del percorso ha aiutato anche noi.”

 “Abbiamo fatto tanti passi indietro, siamo diventati più umili, questo virus ci ha fatto riconsiderare quello che siamo, stiamo attenti con la nostra presunzione a non superare certi limiti!”

“… ci siamo arrabbiati due volte: la prima volta quando abbiamo sentito la parola “eroi”: noi non siamo degli eroi, abbiamo fatto solo il nostro lavoro, e la seconda volta è stata quando abbiamo visto i negazionisti che girano senza mascherina. È questa la rabbia che ci portiamo dentro e l’amaro che ci è rimasto in bocca. Questa era una lezione da cogliere, sotto tanti punti di vista: sociale, culturale… Il punto focale, a parte la sanità, è la scuola: abbiamo un’ignoranza sociale italiana che non va bene. Io ai miei figli vorrei insegnare queste tre cose: ad essere liberi, ad essere critici e ad avere il coraggio di ribellarsi. I bambini e i giovani hanno voglia di cultura, dobbiamo dargliela!”

 “Sto leggendo un libro incredibile che ha scritto Giangiacomo Schiavi, si intitola “La notte”. Lui a un certo punto fa una citazione di Nelson, il comandante della flotta inglese contro Napoleone: “Ognuno al suo posto: organizziamoci per la battaglia!”. Credo che il Covid sia stato e possa essere questo… Mi rendo conto che la vita dà delle prove difficili e questa è stata una “bella” prova, e quello che dico è: non perdiamo l’occasione di trarre opportunità da una prova così, dobbiamo cambiare le cose e cogliere l’occasione al balzo per migliorare.”

 

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