Paolo Carlucci

Pneumologo endoscopista

 

“Sogno un aperitivo tutti insieme alla Terrazza Martini per festeggiare la fine del Covid!”

“Sono pneumologo, prevalentemente endoscopista: mi occupo di broncoscopie, drenaggi, toracoscopie, tumore del polmone, diagnosi e selezione e malattie infettive. Durante questo periodo abbiamo sospeso tutta l’attività e io mi sono dedicato prevalentemente all’organizzazione tecnica del reparto Covid; è stata un’esperienza incredibile, nessuno di noi credeva che sarebbe veramente successo così, nessuno era pronto per affrontarlo. Quello che ci ha permesso di farlo è stato avere dei colleghi con cui lavorare, perché gli pneumologi da soli non avrebbero fatto nulla, gli infettivologi neppure e così pure i rianimatori, mentre avere la possibilità di attingere da tutte le risorse è stata l’unica possibilità che abbiamo avuto di essere vincenti.  Quello che ha fatto il resto dell’ospedale per venirci incontro è stato creare un’équipe multispecialistica che ha gestito “Pneumo-Covid”: competenze diverse si sono completate a vicenda, i fisioterapisti sono stati una risorsa eccezionale! Quando apriva un nuovo reparto si formava un’équipe medica dalla mattina alla sera.”

“… non c’è stato un contatto quotidiano con la Direzione, ma non ci siamo mai sentiti soli, la mancanza di una gestione forte dall’alto non l’abbiamo sofferta. Abbiamo fatto la nostra parte, non sempre sereni… per i pazienti che avrei voluto mandare in Rianimazione e ci sono andati troppo tardi resta la tristezza…” 

“Quando è cominciato tutto, da un giorno all’altro abbiamo cominciato a coprire le ventiquattr’ore, quindi è cambiata l’organizzazione del lavoro: abbiamo chiuso tutto quello che era chiudibile e ci siamo dedicati solo al Covid. Fortunatamente avevamo degli specializzandi all’ultimo anno molto validi e sono stati assunti subito per l’emergenza.  Ma è cambiato tutto, la giornata finiva quando finiva e poi c’erano i turni: i pomeriggi (interminabili!) e le notti che iniziavano alle nove e finivano la mattina alle sette e mezza. E la notte eri solo, c’era il rianimatore, che se avevi bisogno veniva ad aiutarti, ma il fatto di essere sdraiato nella stanza a fianco e alzarti durante la notte se il monitor suonava è stata una cosa assolutamente nuova, da un certo punto di vista molto gratificante, perché fare lo pneumologo su questi pazienti voleva dire davvero fare il tuo lavoro, a differenza dei turni di Pronto soccorso in cui lavori come internista.” 

“Piano piano sono stati chiusi quasi tutti i reparti Covid e si è un po’ stabilizzato. Organizzativamente è stato parecchio pesante, però abbiamo raggiunto un equilibrio che mi scoccerebbe mollare, se la situazione dovesse peggiorare… Purtroppo ci sono delle patologie tempo-dipendenti, come i tumori o le patologie ischemiche, e abbiamo perso dei pazienti, perché la diagnosi è stata fatta troppo tardi.”

“Anche a casa tutto è cambiato… santa Playstation! È stata la bambinaia di mio figlio di dieci anni… Per la figlia di sedici è stato più complesso perché quella è l’età in cui si deve socializzare. Diciamo che stiamo tutti imparando a tornare il più possibile alla normalità, minimizzando i rischi. I genitori anziani li vai a trovare al volo, li saluti e te ne vai, le cene in famiglia non si possono più fare… la vita è cambiata per tutti.  Ci si accontenta, pensando che prima o poi passerà… Prima o poi torneremo a stare insieme, a cenare fuori il sabato sera: l’obiettivo è un bell’aperitivo alla Terrazza Martini per festeggiare la fine dell’emergenza! Offro io, ne varrà la pena!”

“Il momento peggiore è stato forse anche il migliore. Sapevamo che stava arrivando, i colleghi di Lodi e di Bergamo ci raccontavano le loro esperienze e ci siamo accorti che non avevamo i presidi e gli strumenti. È diventato un po’ il momento migliore perché, confrontandoci tra di noi e con i rianimatori, abbiamo cercato una soluzione: sapevamo che questi pazienti avevano bisogno di ossigeno e di aria, l’Ufficio Tecnico ci ha dato una mano incredibile! Però non avevamo gli erogatori, quindi riuscivamo a prendere l’ossigeno, ma non l’aria. Parlando con i rianimatori e con l’Ingegneria clinica, ci è venuto in mente che bastava attaccare qualcosa al muro che portasse fuori l’aria e ci siamo inventati uno strumento che ci ha permesso di ventilare il settanta per cento di questi pazienti e che semplicemente è costituito da due raccordi che si collegano al muro. Abbiamo attaccato l’erogatore dell’ossigeno a quello dell’aria e abbiamo visto che funzionava: il casco si gonfiava! Visto che in quel momento era impossibile avere gli erogatori dalle ditte, con questo sistema abbiamo ventilato molti pazienti. Il momento in cui ci siamo trovati senza la terra sotto i piedi è stato anche il momento in cui ci è venuta quest’idea… se non avessimo avuto questo, probabilmente sarebbe andata molto peggio. Poi avevamo a disposizione anche queste maschere (da immersione) che fortunatamente non sono servite!”

“Secondo me la pandemia qualcosa ci può insegnare, la mascherina non è per forza negativa! Se imparassimo ad usarla nei mesi invernali, sui mezzi sarebbe utile, così come attuare quelle precauzioni che possono salvare vite. Quello che mi aspetto è che una volta passato tutto si ricominci a vivere con un po’ di sorrisi. Una frase che racchiuda tutto, per il futuro? Cerchiamo di stare più accorti, lo sapevamo benissimo che poteva succedere, “Spillover” è il libro che già lo raccontava, non era così difficile arrivarci! Non è la natura che si ribella, a volte siamo noi che ce le andiamo a cercare, pensiamoci per la prossima volta! Dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro… un pipistrello magari non mangiamolo!”

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