Costantino Zamana

Chirurgo pediatrico

 

“Nessuno sceglie di vivere una pandemia, quando si sceglie di far Medicina”

“Sono Costantino Zamana, chirurgo pediatrico, mi occupo della parte chirurgica della cura dei bambini di questo ospedale.”

“Covid-19 è stato un percorso di crescita, un’esperienza ed un insieme di emozioni che si sono modificate durante il cammino, iniziato a fine febbraio, quando ci è stato chiesto se potevamo partecipare attivamente alla gestione dei pazienti ammalati di Covid-19: pazienti adulti, che avevano bisogno di un’assistenza di tipo non intensivo. Era richiesto il nostro intervento perché era tale il numero dei pazienti ammalati che il personale dedicato alla Terapia intensiva e alla Patologia respiratoria non era sufficiente. Un percorso iniziato sull’asse di due sentimenti: da un lato quello di voler esser parte di questa emergenza, dall’altro il senso di paura ed inadeguatezza, perché siamo usciti decisamente dalla nostra zona di comfort. Io, in particolare, in quanto mi son trovato a dover gestire Patologia medica nel mondo dell’adulto, ed ero combattuto tra il senso del dovere e la paura dell’inadeguatezza. Pian piano la paura è scemata con l’aumento dei DPI e perché ci siamo resi conto di non essere mai lasciati soli. È stato un percorso di gruppo, un gruppo fatto innanzitutto da amici, colleghi, infermieri, medici, tecnici, signori delle pulizie… Un lavoro di squadra, in cui ci siamo conosciuti non solo come figure professionali, ma anche per l’appoggio che una figura professionale dà all’altra. Io ho avuto la fortuna di lavorare con del personale infermieristico eccezionale, in un ospedale che è riuscito a passare da otto posti di Rianimazione a trentadue: un lavoro gigantesco! Oltre al lato professionale e sociale, c’è stato il lato umano, il fatto di interagire con persone che avevano dei drammi umani oltre che la malattia: non poter vedere i parenti, non poter parlare con gli amici… Vedevamo morire persone da sole, tenute per mano da infermiere… ancora una volta il pensiero va al personale infermieristico. Il personale medico ha avuto un’importanza a livello terapeutico, ma poi col singolo paziente tutto il giorno c’erano i nostri ragazzi e ragazze dell’assistenza infermieristica. In prima linea, ancor più di noi, sono stati i signori delle pulizie, che lavoravano con protezioni pari alle nostre, ma senza la nostra formazione e vocazione. A loro va fatto un plauso gigantesco, così come alle persone che portavano il cibo dalla mensa, alla signora che veniva a portar via i cadaveri… per carità, un po’ ognuno il lavoro se lo sceglie, però poi la schiena è una, per cui quando devi portar via sei cadaveri per notte, da sola, bardata, con il caldo… loro han fatto un lavoro molto, molto grosso. Poco citato”.

“La giornata lavorativa per noi chirurghi si è alleggerita, avevamo intervalli liberi più lunghi. La mia vita personale è stata sospesa per tre mesi. Avendo i bambini piccoli a casa che frequentano mia mamma, mi sono messo in autoisolamento. Sono stato relegato in una stanza: mangiavo da solo, quando mi lavavo in bagno poi disinfettavo tutto, e nell’ultimo periodo era brutto sentire piangere i bambini nella stanza a fianco, perché mi volevano abbracciare. Questa è stata una fatica. Però nessuno sceglie una pandemia e pensare che i miei bambini o mia mamma si potessero ammalare valeva il sacrificio. Col passare del tempo si è preso un certo grado di confidenza, all’inizio la nostra attività era contro un mostro sconosciuto, non si capiva se la trasmissione fosse solo con droplet oppure se ci fosse una componente di particelle volanti… c’era molta paura. Nell’ultimo periodo ci siamo resi conto che, mettendo in atto buone precauzioni di protezione, questo virus non riusciva a vincere sulle difese che utilizzavamo: visiere, mascherine, eccetera. E questo ha dato un certo grado di tranquillità.”

“È stata un’avventura, però non cambierei un giorno di quello che ho vissuto: è stata una bufera in cui siamo entrati in un modo e ne siamo usciti, credo, cresciuti. Anche umanamente. È ovvio, però, che adesso che il virus non si capisce se stia ripartendo o no, un po’ di ansia c’è, perché nessuno sceglie di vivere una pandemia, quando si sceglie di far Medicina… Voglia di mollare? Lavoro qui dal 2004, penso che ogni professionista si debba fare questa domanda tutte le mattine e rispondersi di no. Non ditelo in Amministrazione, se sapessero che questo lavoro lo farei anche gratis non mi pagherebbero più!”

“Il momento peggiore è stato quando alla porta a vetri c’era il figlio di un signore ricoverato che voleva portare un maglione al padre e chiedeva di vederlo attraverso i vetri, ma non potevamo farlo uscire dalla stanza… è stata una cosa che umanamente mi ha strappato il cuore. Il momento migliore è stato quando dopo una notte proprio brutta, nella quale ho visto morire più persone, stavo compilando l’ennesimo certificato di morte e ho sentito un’infermiera entrare nella stanza, salutando per nome i pazienti. Mi ha emozionato e mi ha ricordato perché ho fatto questa scelta professionale. Ha dato una spinta alla paura e mi ha ricordato che in quella malattia c’era tanta paura, ma anche tanta umanità: nonostante quella notte pazzesca, al mattino mi sono ritrovato a fare quello che ho sempre sognato di fare, cioè: avere contatto umano.”

“Penso che in futuro non cambierà niente. Credo che la lezione l’abbia avuta solo chi ha provato la vicinanza col fuoco, gli altri si saranno sentiti parte di una partita di calcio che han visto passare, ma non modificheranno i loro rapporti. Non è allarmismo, è questione di buon senso. Se vai a caccia tra amici e non sai dov’è il tuo amico, non spari tra i cespugli! Star protetti in un momento di incertezza è una forma di rispetto… “Andrà tutto bene”: a Milano non è stato proprio così!”

“… una frase positiva… credo che le persone che hanno scelto di fare questo lavoro abbiano dimostrato di non essersi mai tirate indietro. I medici, le persone che con l’ambulanza sono andate a prendere i pazienti, gli psicologi che hanno fatto un lavoro pazzesco, poi le forze dell’ordine, chi ha organizzato… Al di là delle polemiche politiche, organizzare un’emergenza simile è un lavoro ciclopico! Non mi è sembrato di vedere nella parte amministrativo-politica qualcuno che stesse con le mani in mano. Credo che l’Italia si sia comportata bene, perché non si è mai fermata davanti alla paura, ma ha cercato di reagire; poi i modi col senno di poi li giudicheremo, ma non adesso.”

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