Andrea Limberti

Ex paziente Covid-19 Ospedale San Paolo

 

“Per superare l’emergenza bisogna fare comunità e uscirne insieme”

“Ciao, sono Andrea Limberti, sono un impiegato e ho trentasette anni… Purtroppo ho vissuto in prima persona questa malattia e sono stato ricoverato al San Paolo. Covid-19 è stata una pausa importante all’interno del 2020.”

“La mia giornata lavorativa è cambiata da quando abbiamo tutti iniziato a lavorare da casa e il fatto di lavorare da casa non ti fa percepire che ti stai per ammalare, perché, qualsiasi attività tu faccia, non richiede sforzo fisico e quindi non ti rendi conto che se avessi fatto una vita normale ti staresti affaticando. Io ho iniziato ad avere i primi sintomi molto lentamente, avevo poca febbre ma ho sempre lavorato regolarmente; nella seconda settimana ho iniziato ad avere più febbre e la sera stavo un po’ peggio, con sintomi influenzali come: raffreddore, mal di gola, spossatezza non tanto, perché ero sempre in casa, tranne quando una notte sono sceso in cantina e quando sono risalito ero stanchissimo! E poi alle sette di sera, quando mi mettevo sul divano con piumone e due coperte, avevo sempre freddo. Una notte sola, quella prima del ricovero, ho avuto una fitta molto dolorosa in un punto del petto. Altro: sensazioni da mal di montagna, sbalzo di pressione e mal di testa.”

“Io mi ritengo un privilegiato perché sono sempre stato in contatto col mio medico di base e avevamo deciso di vederci il giorno stesso in cui sono stato ricoverato; lui visitava i pazienti a casa, ma la notte prima di quando aveva programmato di venire è stata l’unica vera volta in cui ho avuto dei sintomi di fastidio ai polmoni: durante la notte non riuscivo a dormire perchè avevo una fitta. Non ho mai avuto sensazioni di mancanza di ossigeno, percepivo una sorta di stanchezza, come se fossi in alta montagna. Non ho chiamato io l’ambulanza perchè sapevo che la mattina dopo sarebbe venuto il medico, ho aspettato in uno stato di assopimento generale, finché è arrivato lui e mi ha fatto il test della saturazione sotto sforzo e ha convenuto di chiamare l’ambulanza. Sono stato ricoverato a fine marzo, appena dopo il picco, e portato al San Paolo, dove c’era posto: per chi lavorava lì la situazione era molto impegnativa, questo si percepiva, infatti a me sembrava di essere lì a dar fastidio, dato che ero il più giovane di tutti quelli che ho incrociato, e c’erano altre persone che stavano molto peggio. Sono stato tre notti in ospedale, la prima l’ho fatta in Pronto soccorso e c’erano sì molte persone, situazione affollata, ma tutto era ordinato e gestito molto bene dall’ospedale. Il giorno dopo sono andato in reparto e nel momento in cui tu arrivi in reparto esci dall’ospedale praticamente: rimani da solo nella tua stanza, siete tu e il tuo compagno di stanza, che nel mio caso era un signore anziano e i primi giorni stava molto male, quindi non c’era nemmeno la possibilità di interagire: non era lucido, era un po’ in difficoltà. In quei momenti percepivi il fatto che le persone che venivano lì ad assisterti, professionalmente ed emotivamente, erano molto sotto stress, sotto pressione. Anche da qui è scaturito il fatto di sentirmi di essere di intralcio… Nonostante questo, chi veniva in stanza riusciva a portare una forte empatia, a dare una grande carica positiva, questo valeva per tutti: medici, infermieri, fisioterapisti… C’era grandissima attenzione, ogniqualvolta si chiamava, loro cercavano sempre di entrare, tutti si rendevano conto dell’importanza di quello che stavano facendo e lo facevano al meglio. Quindi io ho vissuto serenamente la cosa sia nella prima parte, perché avevo il medico di base che mi tranquillizzava molto, sia nella parte ospedaliera… beh, io non ero in una condizione grave e non sono mai entrato in contatto con situazioni veramente critiche. Pazienti intubati non ne ho mai visti e quelli col casco solo entrando in Pronto soccorso, io ero nella parte “tranquilla” dell’ospedale, con pazienti che stavano abbastanza bene.”

“Il momento peggiore è stato vedere al TG la situazione dell’ospedale di Treviglio con la coda delle ambulanze fuori dal Pronto soccorso; io sono nato lì, quindi emotivamente è stato molto forte comprendere la gravità della situazione. Poi, chiaro, quando vai in ospedale c’è sempre una tensione, un’incertezza, però una volta che sei lì non puoi lasciarti andare all’emotività, sai come ti devi comportare: devi stare bene, dare meno fastidio possibile. Sei focalizzato su questo.”

“Io ero solo a Milano, mia moglie è andata via poco prima del lockdown e quindi sono stato supportato dai vicini, che mi facevano la spesa. Un momento migliore… difficile… dal punto di vista personale, quando sono uscito e mi han detto che stavo guarendo, ma io me lo aspettavo, viste le mie condizioni non gravi. Il momento migliore è quando han detto a mio padre, anche lui malato, che l’avrebbero dimesso, perché se no mia madre si sarebbe dovuta occupare sia di me che di lui!”

“Come la pandemia cambierà la società non lo so, la cambierà forse nei modi, almeno per la tipologia di lavoro che faccio io l’ha già cambiata, nel senso che nessuno tornerà mai a lavorare cinque giorni in ufficio, penso mai… Milano aveva già un sacco di aziende orientate allo smart working, questo evento eccezionale ha portato un’accelerazione. Quello che secondo me cambierà è che per i prossimi anni per andare a un concerto, o prima di abbracciare qualcuno, istintivamente ci penseremo, di questo ci accorgeremo tra un anno, ora siamo ancora scottati.” 

“Ho deciso di donare il plasma iperimmune, mi è stato proposto dal reparto di Malattie infettive, nonostante fosse già molto tardi; erano passati due mesi, però ho fatto gli esami del sangue e c’era una quantità sufficiente di anticorpi. La cosa che mi ricordo di più era l’infermiere che era con me al San Paolo, che mi raccontava (quel giorno c’eravamo io e altre due persone) che c’era stato un picco di donazioni eccessivo per il periodo peggiore, quando in realtà non serviva, perché la gente non usciva, mentre quando sono andato io era un episodio sporadico, era strano che ci fosse ancora qualcuno con gli anticorpi…”

“Un pensiero positivo? Si potrebbe dire che facendo comunità se ne esce, si affrontano le emergenze, che è quello che hanno dimostrato gli operatori sanitari. Per superare l’emergenza bisogna uscirne insieme. Sia chi ci lavora, tanto più chi è malato.”

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