Katia Razzini

Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione

 

“I pazienti arrivavano talmente velocemente, tutti correvano in quel periodo. Tutti correvamo”

“Sono Katia Razzini, sono laureata in Scienze della Prevenzione e in azienda ricopro il ruolo di Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione. Ho una struttura semplice, con me lavorano dodici persone e ci occupiamo della salute e sicurezza dei lavoratori (circa cinquemila operatori tra dipendenti, liberi professionisti o consulenti) durante la loro attività. “Core” sono tutti gli adempimenti normativi, che vanno dal documento di valutazione del rischio al documento di gestione delle emergenze; molto importante è stata l’attività di addestramento e formazione agli operatori, soprattutto sull’utilizzo dei DPI. La nostra attività abbraccia un po’ tutti gli ambiti dell’azienda: prove di evacuazione in azienda e nelle strutture territoriali, addestramento e formazione, scelta e acquisto dei DPI; ci occupiamo di tutti i rischi lavorativi: biologico, chimico… Le aziende sanitarie sono tra quelle a più alto rischio, non tanto per la magnitudo, infatti in ospedale per fortuna non abbiamo mai incidenti mortali, ma per la molteplicità dei rischi. Il nostro è un ruolo prettamente consulenziale per il datore di lavoro e per tutti gli operatori, dobbiamo capire con loro quale percorso intraprendere in ogni singola realtà.”

“… eh, direi che nel Covid-19 le sensazioni sono state molteplici, sono state tutte le sensazioni. Abbiamo vissuto momenti belli e brutti. Questa emergenza ha tirato fuori dalle persone proprio il meglio, ci siamo trovati a passare notti insieme, cercando davvero di trovare le soluzioni, laddove magari quelle tecniche e strutturali non c’erano, dovevamo proprio inventarle! Tutti a disposizione di tutti, ci chiamavamo a qualsiasi ora del giorno e della notte, trovando poche volte dei dinieghi. Questa è stata un’esperienza molto bella, allo stesso tempo molto brutta perché abbiamo avuto problemi nel reperire i DPI, sono stati momenti molto difficili! C’erano scambi tra ospedali e anche tra i reparti. L’umanità di tanti, abbiamo visto, e questa è un’altra cosa molto positiva. Un aspetto negativo che ci ha messo a dura prova è stato l’elevato numero dei morti e il sentire le sensazioni dei lavoratori, la loro disperazione, impotenza… Uno dei momenti peggiori, quasi arrivando alle lacrime proprio, è stato quando una sera non eravamo sicuri di poter dare i DPI al mattino dopo. Un altro momento brutto, personalmente, è stato vedere le nostre camere mortuarie piene di persone, non mi aspettavo di avere un impatto così forte! Le immagini della televisione, quelle dei camion dell’Esercito che trasportavano le salme, beh, noi le vivevamo dall’interno, è stato proprio brutto. I momenti più belli sono stati tanti: quando siamo riusciti ad aprire un reparto Covid lavorando in sinergia con gli operatori, per esempio. Quelli brutti, i decessi: al San Paolo è venuto a mancare il Professor Lucignani, poi il marito di una collaboratrice. I pazienti arrivavano talmente velocemente, tutti correvano in quel periodo. Tutti correvamo. Le dodici ore valevano come fossero ventiquattro. Quando abbiamo iniziato a chiudere i reparti Covid è stato uno dei momenti più belli. Nel giro di pochissimi giorni abbiamo avuto una forte discesa.”

“In poco tempo si sono organizzate delle cose che non avremmo mai pensato di riuscire ad organizzare: il coinvolgimento della Psicologia a dar supporto agli operatori, la Medicina del Lavoro per gli aspetti legati alla sorveglianza sanitaria… Ci sono state settimane in cui arrivavano anche tre o quattro informative al giorno, abbiamo dovuto costruire procedure in ventiquattr’ore. È stato un momento ricchissimo da questo punto di vista, con una produttività incredibile. Una delle mail più belle ricevute è stata quella della coordinatrice della Rianimazione del San Paolo che si è schierata contro alcuni che protestavano per la mancanza di DPI, dicendo che lei in prima persona non si era mai trovata in questa situazione.”

”La giornata si è modificata tanto, purtroppo io ho perso il papà all’inizio della pandemia, per cui ho avuto una doppia situazione. A un certo punto ho smesso di vedere persone al di fuori dell’ospedale e le nostre erano giornate da quasi dodici ore al giorno, sabato e domenica compresi. Abbiamo portato avanti questa attività in due o tre persone e per due mesi non ho visto nessuno se non i colleghi, con cui ho stretto dei rapporti forti; la sera finivamo e cenavamo qua, ordinando qualcosa. Fortunatamente non avevo grande necessità, l’unico problema è stata mia mamma che, poverina, s’è trovata da sola nel giro di ventiquattr’ore, con cui riuscivo però a tenere dei rapporti a distanza. Un sacco di gente mi portava da mangiare a casa, ecco, una cosa buona è che non ho fatto la spesa per due mesi (ride)! Le relazioni, poi, non sono fatte solo di chi hai in casa, come tanti abbiamo fatto gli aperitivi via Whatsapp, ci siamo inventati di tutto…”

“Lavoro in questa mansione da otto anni e: no, non ho mai pensato di mollare! Son stati davvero pochi quelli che han mollato. C’è stata un po’ di selezione naturale: chi non se la sentiva l’ho lasciato in smart working. Con chi se l’è sentita ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: “Ce la facciamo?” e siamo andati avanti. No, no, cambiare no, figuriamoci!” 

“Io mi aspetto… più che altro spero che la gente non dimentichi il buono che c’è stato, per cui non si ritorni nella situazione di prima, di stallo, in cui prevalevano il dissenso, il malcontento, la critica, perchè qui invece è venuto fuori proprio il bello delle persone! Speriamo che la pandemia non torni, come dicono, con i numeri di quando è arrivata. Ogni tanto diciamo che ci è arrivata proprio nei denti. È stato uno tsunami che ci ha travolto, per un po’ abbiamo cercato di stare a galla, però all’inizio non era prevedibile. Abbiamo lavorato facendo proiezioni sui dati della Cina, che non erano veritieri…” 

“Una frase positiva? Che tutti possano tenersi molto stretto quello che hanno imparato e il meglio che sono riusciti a tirare fuori e continuino tutti su questa strada. Perché tante, tante persone hanno dimostrato davvero di essere di più di quello che vogliono apparire nella vita normale: nemmeno loro lo sanno.”

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