Vincenzo Bevilacqua, Danilo Pedrazzini, Giuseppe Saccomanni

Autisti

 

“Speriamo di tornare alla vita di una volta, sana!”

“Sono Vincenzo Bevilacqua, faccio l’autista da trent’anni all’Ospedale San Carlo. In tutta la mia carriera sono cambiate tante cose…”

“Sono Danilo Pedrazzini, lavoravo in cucina e poi ho fatto il centralinista. Ora faccio l’autista, mi occupo di carico e scarico, da quasi due anni.”

“Sono Giuseppe Saccomanni, sono quarantuno anni che sono al San Carlo, diciamo che è la mia seconda casa. In passato si lavorava più serenamente…”

“Quando a febbraio, da un momento all’altro, ci siamo trovati senza materiali, è stata una cosa tragica, almeno noi l’abbiamo vissuta così, come un’emergenza. Vista la situazione del Pronto soccorso e delle Terapie intensive, ci mandavano in giro tra Veneto ed Emilia Romagna a reperire mascherine, almeno nella prima fase. Poi abbiamo avuto il problema dei guanti, stavamo in giro fino alle dieci di sera. Guanti, mascherine, camici… tutto quello che serviva per l’emergenza.”

“Faceva molto stupore constatare che fossimo noi gli unici in giro. Oltre a Vigili, Carabinieri e Polizia, c’eravamo solo noi! Ha fatto molta impressione poi, mentre stavamo andando a Reggio Emilia, vedere l’Esercito, la fila interminabile di convogli che trasportavano le salme, impressionante!”

“Sì, quella è una cosa che ti tocca dentro, davvero.”

“Sembrava di essere nella Terza Guerra mondiale, come si vede a volte nei film… Essendo una cosa nuova, mai successa, venuta all’improvviso, sai, fa specie, è una cosa che resta dentro e ci vorrà un po’ per liberarsene.”

“Mentre eravamo in servizio non siamo stati mai fermati, anzi: venivi molto considerato, quando vedevano che lavoravi per l’ospedale ti davano precedenza, sembrava volessero scortarti loro con le sirene spiegate!”

“La vita è cambiata, sì, perché abbiamo iniziato a lavorare molto di più. Sono saltati tutti i programmi, tutta la vecchia organizzazione, dalle sei a mezzanotte! A volte ricevevi un’email a mezzanotte con la comunicazione che alle sei dovevi essere in un dato posto per non perdere tempo… ancora oggi è stravolta. Si lavorava solo per il Covid, massima priorità. Se avevi i farmaci da consegnare, aspettavano. I nostri servizi sono stati tutti rimandati.”

“A casa c’era un clima pesante: c’era la paura, il terrore di portare a casa l’infezione. Si mangiava distanziati, a più di un metro l’uno dall’altro. Tanta la paura per anziani e bambini…”

“Alcuni, se sapevano che lavoravi in ospedale, si distanziavano: distanza di sicurezza, un fattore psicologico. Anche ora, per un raffreddore, uno starnuto, non sai mai se avere paura di aver contratto il Covid!”

“Lavorativamente parlando, uno dei momenti peggiori è stato quando abbiamo dovuto aspettare ore, di notte a Malpensa, i tir che arrivavano dall’Olanda pieni di materiale. Non sapevi mai quando arrivavano; ci siamo messi a sdoganare merce proveniente dalla Cina… Quello bello è stato aver vissuto una maggior aggregazione: stavamo assieme, mangiavamo assieme in ufficio, a volte la pizza arrivava gratis… Abbiamo appianato divergenze, superato contrasti, tra noi e con l’Amministrazione. Questo è stato un bel momento.”

“Non ci è mai passato per la mente di cambiare lavoro, anche perché quando sei abituato ad avere libertà ti diventa difficile anche solo chiedere il permesso per assentarti, anche solo per bere il caffè.”

“Speriamo che accada come successe per l’influenza Spagnola, di non trovar più nulla, un giorno…”

“… e di tornare allegri: sai, adesso anche al supermercato devi stare serio! L’unica cosa bella che abbiamo vissuto in questo periodo è avere la precedenza nel fare la spesa: almeno quello… a volte l’idea di stare in coda ore dopo una giornata brutta e faticosa non era bello.” 

“Speriamo di tornare presto a come eravamo prima. Tornare tranquilli, andare a passeggiare, bere il caffè senza dovere fare la coda due ore. Siamo speranzosi in questo vaccino… speriamo di tornare alla vita di una volta, sana!”

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