Vincenzo Toschi

Direttore del Centro trasfusionale ASST Santi Paolo e Carlo di Milano

 

“È stata un’esperienza che ci ha stimolato molto dal punto di vista conoscitivo, di studio”

“Sono il Dottor Vincenzo Toschi, Direttore del Centro trasfusionale dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, che ha un distaccamento al San Paolo e uno al San Carlo (i due presidi dell’ASST, sorta nel 2016). Io mi divido tra i due distaccamenti per gestire questa attività di coordinamento. È un compito non facile, perché esperienze pregresse non ce n’erano, cerco di farlo al meglio.”

“Covid-19… noi siamo stati presi di sorpresa da questa malattia infettiva, virale, che non conoscevamo. Conoscevamo l’esistenza dei Coronavirus, ma non di questo specifico che ha causato l’epidemia, o pandemia, per meglio dire. Abbiamo dovuto adattare le nostre esistenze e la nostra attività lavorativa a questa malattia altamente infettiva, diffusiva, dalle conseguenze cliniche anche molto gravi e con un grande impatto sulla mortalità, soprattutto sui soggetti anziani, che hanno sviluppato complicanze come la polmonite. Dal punto di vista mio, che mi occupo di trombosi, è stato, tra virgolette, anche interessante, perchè mi si sono presentati dei quadri nuovi che non conoscevo: pazienti con trombosi polmonare, trombosi in sedi inconsuete e così via. Essendo noi medici, ed avendo un interesse per le malattie, questa cosa ci ha interessato anche dal punto di vista scientifico; è brutto dirlo di fronte a tutti i morti che ci son stati, però è stata un’esperienza che ci ha stimolato molto dal punto di vista conoscitivo, di studio.”

“Uno degli aspetti migliori a cui ho assistito è stata la forte partecipazione del personale sanitario, che ha cercato in tutti i modi di dare una mano, sulla base delle conoscenze che si avevano, ai pazienti che presentavano questo quadro clinico così grave. Il personale medico del Pronto soccorso, dei reparti di degenza (in particolare: Pneumologia, Rianimazione, Malattie infettive) ha mostrato una forte partecipazione anche dal punto di vista umano, al di là del discorso strettamente professionale. Per quello che ho potuto vedere qui in Italia, perché allora non ho potuto andare all’estero, c’è stato proprio un grande spirito di abnegazione nel personale sanitario, sia medico che infermieristico, che paramedico e in tutto il personale di supporto. Per alcuni versi, c’è stata anche un po’ di improvvisazione, perché abbiamo dovuto inventarci una modalità per seguire questi pazienti. Le cito un esempio nostro: noi abbiamo dovuto capire la dose di anticoagulanti che dovevamo dare ai malati per prevenire o curare le complicanze trombotiche. Dopodiché un’altra esperienza molto interessante è stata quella della produzione, questo è un discorso più squisitamente trasfusionale, di plasma iperimmune, cioè di plasma ricco di anticorpi di soggetti convalescenti dal Covid, che è stato utilizzato per curare i malati. Inizialmente c’è stato molto entusiasmo, poi l’utilizzo di questo plasma è stato ridimensionato, comunque è stata una bella esperienza come trasfusionista, perché questi soggetti convalescenti dal Covid non avevano mai donato prima e si avvicinavano al mondo della donazione in quel momento; molti hanno poi proseguito a donare il sangue anche al di fuori di questa fase sperimentale.”

“Sulla donazione del sangue, la pandemia ha inciso in un modo un po’ altalenante, nel senso che in una prima fase c’è stata una grande affluenza di nuovi donatori, nelle fasi successive c’è stata una grave carenza, dipesa da molti fattori. Un primo fattore è che molti donatori o ex donatori erano malati o costretti a rimanere in casa, perché quarantenati; poi c’è stata un po’ anche la paura della persona sana di recarsi in ospedale, ma è umano anche questo. Ciò secondo me ha inciso negativamente sull’afflusso dei donatori nelle nostre strutture, c’è stato un notevole calo di donazioni, con conseguenti problemi clinici.”

“I pazienti “non Covid” sono stati in qualche maniera penalizzati dal fatto che molti reparti sono diventati reparti “Covid”, perché loro venivano curati un po’ in ritardo o addirittura l’intervento veniva rimandato. Questa è stata una cosa che abbiamo sentito molto, abbiamo accumulato un arretrato clinico significativo e queste sono state le vittime indirette del Covid, oltre alle vittime dirette, ossia i malati finiti in Rianimazione e in alcuni casi deceduti. Abbiamo ancora dei pazienti che avrebbero dovuto essere sottoposti ad interventi chirurgici impegnativi o curati per malattie gravi, e non siamo ancora riusciti a farlo adeguatamente. Alcuni di essi sono stati seguiti in modo indiretto, con telemedicina: li abbiamo seguiti a distanza, via mail e telefono; abbiamo imparato anche da questo, pur consapevoli di dover fare Medicina in un modo un po’ diverso dal consueto. Adesso viviamo la fase un po’ drammatica dei pazienti che erano finiti in un bacino di dimenticatoio e li sottoponiamo a intervento chirurgico, in una fase dove c’è una carenza effettiva di sangue, proprio a livello nazionale. Ma abbiamo imparato anche da questo, ad economizzare per quanto possibile.“

“Le associazioni si sono prodigate molto nel cercare di dare informazioni adeguate ai donatori che per forza di cose non si sono più presentati nei nostri centri, fornendo materiale informativo, pubblicazioni, articoli sulle riviste dell’associazione. Hanno spiegato che, coi dovuti accorgimenti messi in atto per la selezione dei donatori in epoca Covid, per questi ultimi non c’era un pericolo reale. Le associazioni hanno davvero avuto un ruolo fondamentale e lo stanno avendo ancora.” 

“La frase positiva che posso dire è questa: c’è stata una grande adesione da parte della cittadinanza alla vaccinazione, che ha cambiato la storia naturale della pandemia in modo assolutamente significativo. È stata ancora una vittoria della Medicina, pur non volendo fare del trionfalismo, nel senso che questa sperimentazione molto rapida sui vaccini ha veramente cambiato la storia naturale della pandemia. La speranza è che non si ripresentino più altre ondate o che comunque la sensibilità nel sottoporsi alla vaccinazione aumenti sempre di più, perché abbiamo evidenza dell’utilità in generale dei vaccini, che noi già conoscevamo per altre patologie infettive.”

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