Davide Mascitelli

Ex paziente Covid-19 Ospedale San Paolo

 

“… ho deciso che non sarei morto… no, mi spiace, non te la do vinta!”

“Io sono Davide Mascitelli e ho avuto “l’onore”, a ottobre 2020, di contrarre il Covid in una forma molto, molto grave. Molto grave perché ho delle patologie pregresse, ero in sovrappeso, cosa che ha contato molto, in più arrivavo da una terapia lunga di cortisone che mi ha abbassato le difese immunitarie. Sono stato ricoverato al San Paolo per tre mesi. Aneddoto simpatico: ho preso il Covid da mia mamma, che ha ottant’anni e un po’ di demenza senile: usciva senza mascherina ed eravamo nel boom della seconda ondata, lei se l’è preso completamente asintomatica, neanche una linea di febbre e io tre mesi di ospedale! Era il 15 ottobre quando ho iniziato ad avere i sintomi forti, dopo una settimana ho cominciato a non respirare e ad avere la febbre altissima e sono andato al San Paolo… e poi ho cominciato tutto il travaglio.”

“Ricordo tutto, dal primo minuto all’ultimo. La mia vita è cambiata completamente… Un giorno Daniele, che è ancora uno dei medici che mi segue, è arrivato di gran carriera da me, che avevo il casco ed ero supino in quel momento… sapete che bisogna stare pronati il più possibile? Io ero bravo, stavo le ore che dovevo stare… è arrivato lui con gli occhi di fuori, perché aveva visto dei risultati e mi ha detto: “Davide, pronati subito, la situazione è critica”. Io ho chiesto: “Sono a rischio di morte?” e lui: “Sì!”. E lì io ho deciso che non sarei morto… “No, mi spiace, non te la do vinta!”. Ho cominciato la mia battaglia, una vera battaglia… però una battaglia in stile Gandhi, di pace. Ho avuto molta pazienza, tantissima, troppa, tanto che i medici stessi ancora oggi mi dicono: “Hai fatto un miracolo”. Mi è stato detto da un dottore: “Sai perché ti vogliamo così bene? Perché abbiamo avuto altri tre pazienti, eravate in quattro in Rianimazione e gli altri tre sono morti”. La mia è stata una reazione di affidamento totale a loro. Mi dicevano di pronarmi ventiquattr’ore e io mi pronavo ventiquattr’ore, mi chiamavano San Sebastiano, non mi sono mai lamentato. Ho preso anche un’infezione da stafilococco, una sepsi… la differenza l’ha fatta il fatto che io sono stato attore, non spettatore della mia malattia: sapevo tutto, volevo il valore dell’emogas, della delta pes, della temperatura. Studiavo… quando sentivo parlare di emogas, andavo a vedere su Internet cosa fosse e la volta successiva ero più tranquillo, perché conoscevo la materia. Sapevo che se toglievo il casco in favore della maschera Reservoir e mi scendeva l’emogas era normale, quindi mi ha aiutato molto anche quello. Devo dire: uno staff straordinario. In Italia siamo fortunati, non sappiamo quanto, ad avere il supporto sanitario gratuito, questi livelli di professionalità! Quando la mattina entravano in stanza medici, infermieri, OSS, ero io a chiedere a loro: “Come stai?”. Loro si stupivano… Chiedevo: “Voi come state? Siete tutti i giorni qui a rischiare la vostra vita, quindi certo che ve lo chiedo…” 

“In stanza con me c’era un paziente sudamericano che stava abbastanza bene, ma non migliorava perché non voleva mai pronarsi e mentiva ai dottori. Ad un certo punto gli ho detto: “Ascolta, lo vedi come sono messo io, devi fidarti di loro, dammi retta, se ti proni, in tre giorni sei fuori di qui!”; lui lo ha fatto e il terzo giorno è migliorato. Mi ha detto: “Io non ti conosco, perché lo hai fatto? Non siamo amici, ma tu mi hai salvato la vita!”. Sono cose che in qualche modo ti riempiono il cuore.”

“La mia vita è cambiata completamente, è ripartita… sono diverso da prima. Sicuramente ho meno paura della morte, ho paura del Covid, perché il Covid fa paura. Sono arrabbiato coi no vax e i negazionisti, perché è veramente da stupidi… Il mondo è cambiato, le vite di tutti sono cambiate, però dobbiamo cercare di vederla in modo positivo, bisogna tornare a vivere, che non vuol dire andare a fare l’aperitivo sui Navigli, ma ritrovare dei valori. Io ho ritrovato il piacere di una cena con due o tre persone, piuttosto che andare a ballare! E comunque continuo ad avere le mie due belle mascherine e il mio gel! Ho imparato a cucinare… Sono più sereno, perché passare vicino alla morte e vincerla ti rasserena; tornerà per forza, alla fine vince lei: domani, dopodomani, fra cent’anni, ma in questo contesto riuscire a venirne fuori ti cambia. Ho rivisto le “mie Silvie”, le chiamo io, due rianimatrici, ancora oggi mi dicono: “Tu hai fatto una cosa che non abbiamo visto fare a nessuno”. Per loro il 75% della mia guarigione è dovuto al mio approccio, una pneumologa ha scritto un libro in cui parla anche di me!”

“Molte amicizie sono nate, è stato anche l’incontro di persone stupende… Sono entrato il 23 ottobre e uscito il 2 dicembre e non ho mai visto i miei, ma tutti i giorni chiamavano mia sorella! Daniele, quando mi ha comunicato che la situazione si stava aggravando, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Non sei solo…“ e io non mi sono sentito solo! E infatti abbiamo vinto insieme. Sono stati tutti incredibili! Dei professionisti… anche i giovani: io ero solito dire che i giovani sono tutti vuoti, ma ho incontrato specializzandi venticinquenni preparatissimi! Non ho trovato un solo medico che non mi abbia convinto!”

“Il momento migliore è stato un giorno… c’è questo valore che è l’emogas, la quantità di ossigeno nel sangue; trecento è buono, il mio faceva cento, centottanta… finché quel giorno è entrata la pneumologa e mi ha detto: “Vuoi piangere?”, era quattrocentoquaranta! Lì sono scoppiato a piangere ed è stato il primo pianto da quando ero lì. Il momento peggiore: l’inizio, il Pronto soccorso. Ero disperato ed ero già fortunato perché avevo una barella, ma c’era gente sulle sedie coi caschi, era un’Apocalisse. Poi per un mese e mezzo a me non han dato da mangiare niente, neanche in vena. Erano più importanti i polmoni, quindi dopo un mese e mezzo ho ripianto al primo piatto che mi hanno portato. Avevo il casco e, come con la NIV, quando mangi ti devi staccare per un massimo di quindici minuti e io da bravo scolaro: sette minuti e me la rimettevo. Durante il ricovero non ho dormito per tre mesi, ma i medici dicevano che la priorità non era dormire, erano i polmoni.”

“Mi aspetto che ancora ci sia molto da cambiare, soprattutto nelle teste dei giovani, perché la pandemia non è finita, non sottovalutiamola! Il vaccino non sappiamo quanto dura, continuiamo a tutelarci il più possibile! La mia frase positiva? Non c’è mai limite al meglio.”

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