Gioacchino Piazzolla

Assistenza Informatica

 

“Pace per tutti!”

“Sono Gioacchino Piazzolla, mi conoscono tutti come “Nino” in ospedale: lavoro qua da quasi sette anni ormai e mi occupo dell’assistenza informatica, di tutto quello che riguarda le problematiche legate ai computer: installazioni, configurazione stampanti, eccetera. Questa ormai è come una seconda casa. L’ospedale per me è come una grande famiglia, perché mi conoscono tutti, molte persone sono affezionate, e io a loro. Certo, quando le cose girano male magari ti viene da pensare: “Me ne vado a lavorare da un’altra parte”, ma tanto andrei a lavorare in un altro ospedale e avrei sempre gli stessi problemi, quindi meglio rimanere qua, dove sono a casa.”

“Eh, Covid-19 è stata una cosa arrivata all’improvviso, perché non ce l’aspettavamo. Io ricordo che stavo tornando dalla Toscana, dove ero andato a fare uno stage (sono un praticante di arti marziali), ero a Livorno e… arrivava la voce che Milano era entrata in lockdown. Da lì è cominciato un susseguirsi di eventi: i reparti chiudevano, bisognava approntarne di nuovi, fare spostamenti, generalmente senza preavviso, quindi era diventata una situazione abbastanza frenetica, non è stato facile. Soprattutto non avevi il tempo di pensare a quello che dovevi fare, a dove dovevi entrare… Purtroppo quando rientravi a casa, alla sera, rivedevi tutto il film e allora ti veniva l’ansia, dicevi: “Cavolo, son stato lì dentro un’ora, chissà cosa mi è successo…” Poi sono anche un po’ ipocondriaco, quindi iniziavo a dire: “Mi sento un po’ stanco”, provavo la temperatura, queste cose qua… Insomma: è stato abbastanza pesante.”

“Io ho sempre lavorato, sempre in servizio, anche il sabato sono dovuto venire qua in ospedale perché dovevamo far partire al decimo piano la Terapia intensiva Covid ed è stato un lavoro straordinario, in concomitanza con l’Ufficio tecnico, per approntare il reparto nuovo. Era un reparto completamente dismesso, bisognava farlo e l’abbiamo fatto. Non c’era tempo di stare lì a pensare… bisognava farlo!”

“… non nascondo che il timore di entrare in un reparto Covid c’era, anzi: assolutamente! Una volta sono uscito da un reparto, mi sono riempito le mani di gel igienizzante e mi sono lavato anche la faccia con questo! Anche perché quando entri in un reparto di Terapia intensiva e vedi che sono tutti intubati non è il massimo…” 

“Devo dire che mentre lavoravo ho sempre avuto questa freddezza: nei momenti in cui devo dare il massimo riesco ad essere freddo.  Il problema è che quando rientravi a casa… il “moviolone” ti faceva pensare a tutto quello che avevi fatto durante il giorno e dicevi: “Cavolo, magari non mi sono lavato bene le mani!”. Poi vabbè, non vedere i propri cari, andare fuori casa di mia mamma e salutarla da lontano perché avevo paura di entrare, non sapendo se fossi portatore o meno. A mia mamma per tre mesi non mi sono neanche avvicinato, proprio per non metterla in pericolo… i miei genitori sono anziani, quindi…”

“… ormai si è imparato a convivere con questo (il gel igienizzante) e la mascherina, ormai è quotidianità, ci si abitua a tutto. Grazie a Dio sembra che la situazione in ospedale sia abbastanza normale, regolarizzata. Abbiamo approntato la postazione CUP per i tamponi Drive in e quindi mentre lavori ci sono quelli a fianco nella macchina… l’altro giorno c’era una fila infinita… ma alla fine bisogna conviverci con ‘sta cosa, non puoi vivere con la fobia tutto il tempo, se no: non si vive.” 

“Un ricordo brutto è questo: una volta, arrivando fuori dall’UCC (Unità Cardio Coronarica), ho incrociato questa ragazza col fidanzato, piangevano a dirotto… le era morta la mamma. Avevan detto loro di andare alla camera mortuaria passando dal Pronto soccorso, ma il Pronto soccorso in quel periodo era zona “off limits”, quindi ho detto: “Guardate, vi accompagno io, passando da fuori vi porto alla camera mortuaria.”.  Li ho portati in camera mortuaria, il problema è che quando sono entrato era così piena di bare che sono rimasto scioccato… quello non è un bel ricordo. Ricordi belli sono la sensazione di aver fatto un lavoro che è stato utile per qualcosa, come quando abbiamo fatto il reparto al decimo e quello al settimo piano, di avere approntato qualcosa che veramente poi è servito per salvare delle persone. Quella è una bella soddisfazione: sentirmi parte di un ingranaggio che è servito a qualcosa, anche se in piccolo, però…  be’, noi facciamo la nostra parte. La parte degli eroi sicuramente l’hanno fatta gli infermieri e i medici, a cui faccio veramente tanto di cappello… anche se alla fine l’eroe è quello che si sminuisce sempre.”

“Io sono sempre stato ottimista come carattere, quindi per il futuro vedo un ritorno graduale alla normalità. Alla fine ci leveremo tutti ‘ste mascherine… magari poi diventeremo tutti come i giapponesi, che durante l’inverno se le mettono comunque, che non è una cattiva abitudine. Però vedo un ritorno alla normalità, prima o poi. Si spera in un vaccino, per cui ‘sta roba qua ce la lasciamo alle spalle!”

“Una frase positiva? Mi prendi alla sprovvista!… Pace per tutti!”

 

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